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LEV TOLSTOJ SU FACEBOOK

Scritto da:

Nicola

Dal blog DotComa, uno di quei post che ti fa passare la voglia di continuare a scrivere…

« (…) Allora noi tutti eravamo convinti di dover parlare, scrivere e pubblicare il più possibile e il più in fretta possibile, perché ciò era necessario per il bene dell’umanità. E cosi noi – ed eravamo migliaia – rinnegandoci e insultandoci a vicenda, non facevamo altro che scrivere, pubblicare e ammaestrare gli altri. E senza renderci conto del fatto che non sapevamo nulla e che non eravamo neppure in grado di rispondere alla domanda più semplice posta dalla vita, vale a dire cosa sia il bene e cosa il male, parlavamo tutti insieme, contemporaneamente, senza neppure ascoltarci tra noi, ogni tanto incoraggiandoci e lodandoci a vicenda per venire noi stessi incoraggiati e lodati, ogni tanto stuzzicandoci e insultandoci reciprocamente, proprio come accade in un manicomio.
Migliaia di persone lavoravano giorno e notte, con tutte le loro forze, a comporre e a stampare milioni di parole che poi la posta diffondeva per tutta la Russia, e noi continuavamo incessantemente a insegnare, senza mai riuscire a insegnare tutto, e sempre più irritati di non venire ascoltati abbastanza.
Era una cosa assurda, ma che ora mi è perfettamente chiara. La nostra più intima e autentica aspirazione era quella di ricevere quanto più denaro e lodi fosse possibile, e per raggiungere questo fine non sapevamo far altro che scrivere libri e articoli per i giornali. E questo appunto facevamo. Ma per poterci dedicare a un’opera così inutile e avere al tempo stesso la convinzione di essere molto importanti, ci era anche indispensabile un qualche principio che giustificasse la nostra attività. E così l‘individuammo in questo: tutto ciò che è reale è razionale e si evolve; il mezzo di tale evoluzione e l’istruzione e l’istruzione si misura in base al grado di diffusione di libri e di giornali. E noi venivamo pagati e rispettati perché scrivevamo libri e giornali, e quindi eravamo gli individui più utili, i migliori. Questo ragionamento sarebbe stato irrefutabile se la concordia avesse regnato tra di noi, ma il fatto che a un qualsiasi pensiero espresso da uno se ne contrapponesse subito un altro, diametralmente opposto, avrebbe dovuto indurci a riflettere. Ma noi di questo non ci curavamo: venivamo pagati per scrivere, quelli del nostro partito ci lodavano e quindi ognuno di noi si sentiva nel giusto.
Ora mi è chiaro che non c’era nessuna differenza tra la nostra congrega e un manicomio; anche allora lo intuivo oscuramente, ma – come fanno i pazzi – definivo pazzi tutti gli altri, eccetto me stesso.»

La Confessione, 1882

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